In questi giorni mi sono
soffermata a leggere alcune notizie sul web e una in particolare mi ha colpita
molto: la visita della principessa Kate Middleton in Italia per conoscere e
approfondire il metodo educativo “Reggio Emilia Approach”. Come narratrice
inclusiva, andando spesso nelle scuole, ho sentito il desiderio di documentarmi
meglio su questo tema e condividere con voi ciò che ho scoperto.
Secondo quanto riportato da
RaiNews, la principessa Kate è tornata in Italia, un Paese che ama molto e dove
in passato ha trascorso alcuni anni da studentessa. Questa volta ha scelto
Reggio Emilia, città famosa in tutto il mondo per i suoi asili modello e per il
celebre approccio educativo nato proprio lì. Nei canali social della
principessa, del principe William e della Royal Foundation sono state
pubblicate immagini della visita agli asili e alla città di Reggio Emilia,
accompagnate da un messaggio dedicato all’importanza delle relazioni e della
connessione nei primi anni di vita dei bambini.
Kate ha incontrato bambini,
insegnanti e famiglie delle scuole “Robinson” e “Diana”, appartenenti al
sistema Reggio Children, partecipando alle attività in modo spontaneo e
semplice. Si è persino cimentata in un laboratorio con l’argilla, “sporcandosi
le mani” insieme ai bambini. Inoltre ha visitato il Centro Internazionale Loris
Malaguzzi, cuore di questo importante progetto educativo. Approfondendo la
notizia attraverso altre fonti, come Fanpage.it, ho scoperto che questo viaggio
rappresenta molto più di una semplice visita istituzionale: da anni infatti la
principessa si occupa dei temi legati all’infanzia e ai primi anni di vita
attraverso la Royal Foundation, fondazione benefica guidata insieme al principe
William. La Royal Foundation sostiene tra le altre cose, progetti legati alla
salute mentale, alle famiglie, ai giovani, alla prima infanzia.
Mi sono quindi documentata anche
sul “Reggio Emilia Approach”, metodo nato al termine della seconda guerra mondiale,
grazie al pedagogista Loris Malaguzzi. Questo approccio educativo vede il
bambino come “soggetto di diritti” e produttore di conoscenza e che il processo
di apprendimento avviene autonomamente, all’interno di una rete di relazioni
sociali tra bambino, educatori e famiglia.
I principi su cui si basa l’approccio
sono:
·
I bambini sono costruttori attivi delle proprie
conoscenze, guidati dai propri interessi;
·
La conoscenza di sé e del mondo avviene e passa
attraverso le relazioni con gli altri;
·
I bambini sono comunicatori e posseggono “100 linguaggi”;
·
Gli adulti sono aiutanti e guide nel processo di
apprendimento.
Grande importanza viene data anche
all’atelier, luogo creativo dove i bambini possono esprimersi attraverso arte, cucina,
musica, movimento, gioco e sperimentazione.
Infatti Malaguzzi parlava dei
“cento linguaggi dei bambini”, cioè dei tantissimi modi con cui ogni bambino
può esprimere sé stesso. La scuola, secondo questa visione, dovrebbe
valorizzare tutte le forme di espressione e non soltanto lettura e scrittura.
L’insegnante non impone
conoscenze, ma accompagna, osserva e guida il bambino nel suo percorso di
crescita, attraverso esperienze, collaborazione e creatività.
In questo metodo non vi è una
metodologia predefinita: si stabiliscono degli obiettivi finali ma si procede
per riconsiderazioni successive delle idee espresse attraverso le attività,
riconsiderando gli obiettivi preposti.
Ho scoperto inoltre che negli
anni sessanta, i nidi e le scuole per l’infanzia comunali furono tra le prime ad
applicare questo approccio pedagogico, diventando oggi un modello conosciuto a
livello internazionale.
Anche Gianni Rodari nel 1972 volle
dare il suo contributo allo sviluppo metodologico, con un ciclo di seminari
tenuti per insegnanti e bambini, e le lezioni furono raccolte nella sua “Grammatica
della fantasia”.
Negli anni ottanta nacque il
primo nucleo dell’attuale Istituzione Scuole e Nidi di Infanzia, per gestire la
rete di servizi educativi offerti alle famiglie, mantenendo integri i tratti
distintivi dell’approccio.
Mi sono documentata anche sulla “Reggio
Children”, organizzazione nata nel 1994 per diffondere nel mondo il metodo
Reggio Emilia Approach attraverso corsi, seminari, progetti educativi,
pubblicazioni e mostre dedicate all’infanzia e all’educazione.
Questa notizia mi ha entusiasmata
moltissimo. Sapere che una principessa è venuta in Italia per conoscere e
valorizzare un modello educativo tutto italiano, basato sull’ascolto, sulla
creatività e sull’inclusione mi ha colpita profondamente.
Il modello educativo di Reggio
Emilia, fondato da Loris Malaguzzi, è un esempio eccellente di educazione
inclusiva in azione. Questo approccio enfatizza la costruzione di comunità
all’interno della classe e l’uso dell’ambiente come “terzo insegnante”. Ogni
bambino è visto come un individuo potente e competente, capace di contribuire
alla propria educazione in modi unici e significativi.
Come narratrice inclusiva, posso
dire che non conoscevo così a fondo questo metodo, ma studiarlo mi ha
arricchita.
Credo da sempre infatti che la
scuola dovrebbe sempre aiutare ogni bambino a far emergere i propri talenti e
le proprie potenzialità. La scuola non dovrebbe essere una gara a chi raggiunge
prima un obiettivo e con una sola modalità valida per tutti, ma una palestra di
vita, un luogo dove crescere insieme, confrontarsi, imparare a collaborare e
sentirsi accolti. Gli insegnanti dovrebbero essere guide e allenatori di una
squadra che condivide idee, emozioni e conoscenze. Insomma, la scuola deve
essere una finestra sul mondo, un luogo di incontro dove ogni bambino può sentirsi
libero di esprimere la propria unicità. Ed è proprio questo il messaggio
inclusivo che, attraverso il mio progetto “Siete pronti per la storia?”, cerco
di portare nelle scuole e nei centri ricreativi, partendo proprio dalla più
tenera età.
“Studi hanno dimostrato che gli
ambienti inclusivi non solo migliorano gli esiti accademici per gli studenti
con bisogni speciali, ma arricchiscono anche gli studenti normodotati,
promuovendo migliori competenze sociali e una maggiore tolleranza per la diversità.”
(Fondo per il contrasto
della povertà educativa minorile)
Termino con l’invito ad
educatori, genitori e responsabili delle politiche a riflettere sull’importanza
dell’inclusività nelle nostre scuole.
