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sabato 16 maggio 2026

LE NOTIZIE BELLE VANNO DIVULGATE!

 



In questi giorni mi sono soffermata a leggere alcune notizie sul web e una in particolare mi ha colpita molto: la visita della principessa Kate Middleton in Italia per conoscere e approfondire il metodo educativo “Reggio Emilia Approach”. Come narratrice inclusiva, andando spesso nelle scuole, ho sentito il desiderio di documentarmi meglio su questo tema e condividere con voi ciò che ho scoperto.

Secondo quanto riportato da RaiNews, la principessa Kate è tornata in Italia, un Paese che ama molto e dove in passato ha trascorso alcuni anni da studentessa. Questa volta ha scelto Reggio Emilia, città famosa in tutto il mondo per i suoi asili modello e per il celebre approccio educativo nato proprio lì. Nei canali social della principessa, del principe William e della Royal Foundation sono state pubblicate immagini della visita agli asili e alla città di Reggio Emilia, accompagnate da un messaggio dedicato all’importanza delle relazioni e della connessione nei primi anni di vita dei bambini.

Kate ha incontrato bambini, insegnanti e famiglie delle scuole “Robinson” e “Diana”, appartenenti al sistema Reggio Children, partecipando alle attività in modo spontaneo e semplice. Si è persino cimentata in un laboratorio con l’argilla, “sporcandosi le mani” insieme ai bambini. Inoltre ha visitato il Centro Internazionale Loris Malaguzzi, cuore di questo importante progetto educativo. Approfondendo la notizia attraverso altre fonti, come Fanpage.it, ho scoperto che questo viaggio rappresenta molto più di una semplice visita istituzionale: da anni infatti la principessa si occupa dei temi legati all’infanzia e ai primi anni di vita attraverso la Royal Foundation, fondazione benefica guidata insieme al principe William. La Royal Foundation sostiene tra le altre cose, progetti legati alla salute mentale, alle famiglie, ai giovani, alla prima infanzia.

Mi sono quindi documentata anche sul “Reggio Emilia Approach”, metodo nato al termine della seconda guerra mondiale, grazie al pedagogista Loris Malaguzzi. Questo approccio educativo vede il bambino come “soggetto di diritti” e produttore di conoscenza e che il processo di apprendimento avviene autonomamente, all’interno di una rete di relazioni sociali tra bambino, educatori e famiglia.

I principi su cui si basa l’approccio sono:

·       I bambini sono costruttori attivi delle proprie conoscenze, guidati dai propri interessi;

·       La conoscenza di sé e del mondo avviene e passa attraverso le relazioni con gli altri;

·       I bambini sono comunicatori e posseggono “100 linguaggi”;

·       Gli adulti sono aiutanti e guide nel processo di apprendimento.

 Grande importanza viene data anche all’atelier, luogo creativo dove i bambini possono esprimersi attraverso arte, cucina, musica, movimento, gioco e sperimentazione.

Infatti Malaguzzi parlava dei “cento linguaggi dei bambini”, cioè dei tantissimi modi con cui ogni bambino può esprimere sé stesso. La scuola, secondo questa visione, dovrebbe valorizzare tutte le forme di espressione e non soltanto lettura e scrittura.

L’insegnante non impone conoscenze, ma accompagna, osserva e guida il bambino nel suo percorso di crescita, attraverso esperienze, collaborazione e creatività.

In questo metodo non vi è una metodologia predefinita: si stabiliscono degli obiettivi finali ma si procede per riconsiderazioni successive delle idee espresse attraverso le attività, riconsiderando gli obiettivi preposti.

Ho scoperto inoltre che negli anni sessanta, i nidi e le scuole per l’infanzia comunali furono tra le prime ad applicare questo approccio pedagogico, diventando oggi un modello conosciuto a livello internazionale.

Anche Gianni Rodari nel 1972 volle dare il suo contributo allo sviluppo metodologico, con un ciclo di seminari tenuti per insegnanti e bambini, e le lezioni furono raccolte nella sua “Grammatica della fantasia”.

Negli anni ottanta nacque il primo nucleo dell’attuale Istituzione Scuole e Nidi di Infanzia, per gestire la rete di servizi educativi offerti alle famiglie, mantenendo integri i tratti distintivi dell’approccio.

Mi sono documentata anche sulla “Reggio Children”, organizzazione nata nel 1994 per diffondere nel mondo il metodo Reggio Emilia Approach attraverso corsi, seminari, progetti educativi, pubblicazioni e mostre dedicate all’infanzia e all’educazione.

Questa notizia mi ha entusiasmata moltissimo. Sapere che una principessa è venuta in Italia per conoscere e valorizzare un modello educativo tutto italiano, basato sull’ascolto, sulla creatività e sull’inclusione mi ha colpita profondamente.

Il modello educativo di Reggio Emilia, fondato da Loris Malaguzzi, è un esempio eccellente di educazione inclusiva in azione. Questo approccio enfatizza la costruzione di comunità all’interno della classe e l’uso dell’ambiente come “terzo insegnante”. Ogni bambino è visto come un individuo potente e competente, capace di contribuire alla propria educazione in modi unici e significativi.

Come narratrice inclusiva, posso dire che non conoscevo così a fondo questo metodo, ma studiarlo mi ha arricchita.

Credo da sempre infatti che la scuola dovrebbe sempre aiutare ogni bambino a far emergere i propri talenti e le proprie potenzialità. La scuola non dovrebbe essere una gara a chi raggiunge prima un obiettivo e con una sola modalità valida per tutti, ma una palestra di vita, un luogo dove crescere insieme, confrontarsi, imparare a collaborare e sentirsi accolti. Gli insegnanti dovrebbero essere guide e allenatori di una squadra che condivide idee, emozioni e conoscenze. Insomma, la scuola deve essere una finestra sul mondo, un luogo di incontro dove ogni bambino può sentirsi libero di esprimere la propria unicità. Ed è proprio questo il messaggio inclusivo che, attraverso il mio progetto “Siete pronti per la storia?”, cerco di portare nelle scuole e nei centri ricreativi, partendo proprio dalla più tenera età.

“Studi hanno dimostrato che gli ambienti inclusivi non solo migliorano gli esiti accademici per gli studenti con bisogni speciali, ma arricchiscono anche gli studenti normodotati, promuovendo migliori competenze sociali e una maggiore tolleranza per la diversità.” (Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile)

Termino con l’invito ad educatori, genitori e responsabili delle politiche a riflettere sull’importanza dell’inclusività nelle nostre scuole.

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